La strada fino a qui di... Fernanda Cocco
Oggi conosciamo la strada fino a qui di Fernanda Cocco. Un piccolo viaggio dietro le quinte per scoprire come nascono le sue storie e quali traguardi ha raggiunto.
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Come e quando ti sei avvicinata al tuo mondo creativo? C'è stato un momento preciso in cui hai capito che la scrittura sarebbe diventata una parte così fondamentale della tua vita?
Credo di essermi avvicinata al mio mondo creativo molto
presto, ancora prima di rendermene conto davvero. Da bambina osservavo
tantissimo: le persone, le emozioni, i dettagli che spesso gli altri non
notavano. Inventavo storie, immaginavo personaggi, mondi, dialoghi. Con il
tempo ho capito che la creatività non era solo una passione, ma un modo per
dare senso alle cose e trasformare emozioni difficili in qualcosa di bello e
condivisibile. Il momento in cui ho capito davvero che la scrittura sarebbe
diventata parte fondamentale della mia vita è arrivato quando ho iniziato a
raccontare la fragilità, la diversità e la sensibilità attraverso le storie di
Strambini. Ho visto che quello che nasceva da qualcosa di personale riusciva
anche a far sentire meno soli gli altri. E lì ho capito che non stavo solo
scrivendo libri, ma creando piccoli spazi sicuri dove le persone possono
riconoscersi senza sentirsi sbagliate.
Raccontaci un po' del tuo "dietro le quinte".
Qual è il tuo processo creativo tipico? Hai delle abitudini, delle routine o
dei piccoli rituali che segui prima di metterti a scrivere o a creare?
Il mio processo creativo parte quasi sempre da un’emozione o
da un’immagine mentale. A volte basta uno sguardo, una frase sentita per caso,
una sensazione malinconica o poetica, e nella mia testa inizia già a nascere un
personaggio. Prima di scrivere creo molto l’atmosfera: musica, immagini,
colori, luci soffuse, piccoli dettagli visivi che mi aiutano a entrare nel
mondo della storia. Spesso lavoro di notte o nei momenti di silenzio, quando
riesco ad ascoltare meglio quello che sento. Amo anche mescolare strumenti
moderni e immaginazione tradizionale: utilizzo l’intelligenza artificiale come
supporto creativo per sviluppare illustrazioni e idee visive, ma il cuore delle
storie nasce sempre da esperienze umane reali, emozioni autentiche e
osservazione delle persone. Non ho una routine rigidissima, però ho un piccolo
rituale: quando sento che una storia “ha un’anima”, mi fermo e provo ad
ascoltarla prima ancora di scriverla. Per me i personaggi non devono sembrare
perfetti. Devono sembrare vivi.
Nessuno crea nel vuoto; tutti abbiamo dei maestri o delle
bussole. Quali sono gli autori, i libri o gli artisti che hanno influenzato
maggiormente il tuo stile e il tuo immaginario?
Il mio immaginario nasce da influenze molto diverse tra
loro. Da una parte amo le fiabe classiche e gli autori capaci di parlare ai
bambini con profondità e delicatezza, dall’altra sono molto attratta dalle
atmosfere poetiche, malinconiche e un po’ gotiche. Mi hanno influenzata molto i
mondi visivi di Tim Burton, l’intensità emotiva di Frida Kahlo, e tutte quelle
opere che riescono a mescolare bellezza e fragilità senza paura di mostrare le
imperfezioni. Amo anche le storie che parlano di diversità e sensibilità in
modo autentico, perché credo che i personaggi più memorabili siano proprio
quelli che non cercano di essere “perfetti”. Anche la musica ha un ruolo
importantissimo nel mio immaginario creativo: spesso costruisco le atmosfere
delle mie storie partendo dalle emozioni che mi trasmettono certi suoni, certe
melodie o certi silenzi. Più che seguire un unico autore, credo di essermi
lasciata guidare da tutto ciò che riesce a trasformare la vulnerabilità in
qualcosa di poetico e vivo
Se dovessi scegliere una sola tua opera (un libro che hai
pubblicato, un progetto specifico o una creazione a cui tieni particolarmente)
per presentarti a un lettore che non ti conosce, quale sceglieresti e perché?
Probabilmente sceglierei Francesco Cambiatempo e il
Confusometro. Perché rappresenta molto bene il cuore del progetto Strambini:
raccontare la fragilità, la neurodivergenza e la diversità con immaginazione,
poesia e un pizzico di ironia. Francesco è un personaggio che vive emozioni
fortissime, confusione, sensibilità e senso di inadeguatezza, ma invece di
nascondere queste caratteristiche, la storia prova a trasformarle in qualcosa
da comprendere e accogliere. Credo che questo libro rappresenti bene anche il
mio modo di vedere la scrittura: non come qualcosa che insegna dall’alto, ma
come uno spazio dove sentirsi meno soli. Se una persona non mi conoscesse,
penso che questo libro riuscirebbe a raccontare sia il mio lato creativo sia
quello più umano.
Che rapporto hai con chi legge le tue storie o apprezza i
tuoi lavori? Quanto incidono i feedback e le opinioni della tua community sulla
tua motivazione e sulle tue opere future?
Ho un rapporto molto emotivo e sincero con chi legge le mie
storie. Forse perché i miei libri nascono da emozioni vere, fragilità reali e
parti molto profonde di me. Quando qualcuno mi scrive dicendomi che si è
riconosciuto in un personaggio, o che una storia lo ha fatto sentire meno solo,
per me quello vale tantissimo. Non vivo la community solo come “pubblico”, ma
come uno spazio di scambio umano. Molte persone che seguono il progetto
Strambini condividono sensibilità, esperienze o vissuti che spesso nella vita
quotidiana fanno fatica a trovare voce, quindi si crea un dialogo molto
autentico. I feedback incidono sicuramente sulla mia motivazione, soprattutto
quelli emotivi e spontanei. Sapere che una storia può aiutare un bambino, un
genitore o anche un adulto a sentirsi compreso mi dà la forza di continuare a
creare. Allo stesso tempo, cerco di mantenere sempre una parte molto istintiva
e personale nel mio lavoro. Ascolto la mia community con grande attenzione, ma
cerco di non perdere quella voce interiore da cui nascono davvero le storie.
Credo che le opere più sincere siano quelle che riescono a restare fedeli alla
propria anima, pur continuando a dialogare con gli altri.
Senza svelare troppi segreti, puoi darci qualche
anticipazione sui tuoi progetti in corso? C'è un cantiere aperto a cui stai
lavorando proprio adesso di cui vorresti parlarci?
In questo periodo ci sono diversi “cantieri aperti” a cui
sto lavorando, e la cosa bella è che stanno crescendo tutti in modo molto
naturale, quasi come se facessero parte dello stesso universo creativo.
Sicuramente il progetto che continua ad accompagnarmi di più è Strambini –
Piccole Storie Straordinarie, che sta evolvendo sempre di più. Sto lavorando a
nuove storie dedicate alla neurodivergenza, alla sensibilità emotiva e ai
bambini che spesso si sentono “fuori posto”, ma raccontate sempre con uno stile
poetico, illustrato e un po’ fiabesco-gotico. Ci saranno nuovi personaggi,
nuove atmosfere e temi anche più profondi, ma sempre accessibili e delicati. Mi
interessa molto creare storie che possano parlare sia ai bambini sia agli
adulti che, dentro di loro, si sentono ancora un po’ “strani”. Parallelamente
sto sviluppando anche contenuti creativi che uniscono illustrazione, musica e
intelligenza artificiale, perché mi affascina tantissimo il modo in cui
strumenti diversi possano dialogare tra loro e dare vita a nuove forme
narrative. E poi c’è un altro aspetto a cui tengo molto: portare questi
progetti sempre più vicino alle scuole, agli insegnanti e agli spazi educativi,
creando momenti di incontro, lettura e confronto. Quindi sì… i cantieri aperti
sono tanti. Ma credo che abbiano tutti la stessa anima: trasformare la
fragilità in qualcosa che possa fare sentire le persone viste, accolte e
immaginate con più dolcezza.
Non è sempre tutto facile quando si decide di condividere
la propria creatività. Qual è stata la sfida o l'ostacolo più grande che hai
incontrato nel tuo percorso editoriale o artistico, e come l'hai superato?
Credo che una delle sfide più grandi sia stata imparare a
espormi senza avere la certezza di essere capita. Quando condividi qualcosa di
molto personale e creativo, inevitabilmente mostri anche parti fragili di te
stessa. E questo può fare paura. Nel mio percorso artistico ed editoriale ci
sono stati momenti di dubbio, di stanchezza e anche la sensazione di essere
“fuori posto”, soprattutto perché i miei progetti cercano di parlare di
sensibilità, neurodivergenza ed emozioni profonde in un modo un po’ diverso dal
solito. All’inizio temevo che questo tipo di approccio potesse essere
considerato troppo delicato, troppo particolare o difficile da comprendere. Poi
ho capito che proprio quella autenticità era la parte più importante del
progetto. Un’altra sfida è stata imparare a credere nel valore delle mie idee
anche senza aspettare continuamente una conferma esterna. Pubblicare,
mostrarsi, creare qualcosa da zero richiede molta costanza e anche una certa
vulnerabilità. Credo di aver superato questi ostacoli un passo alla volta,
continuando a creare anche nei momenti di incertezza e ricordandomi perché
avevo iniziato: dare voce a chi spesso si sente invisibile o “troppo diverso”.
E ogni volta che un bambino, un genitore o un lettore mi scrive dicendomi “mi
sono sentito visto”, allora capisco che ne è valsa la pena.
