La strada fino a qui di... Fernanda Cocco

Oggi conosciamo la strada fino a qui di Fernanda Cocco. Un piccolo viaggio dietro le quinte per scoprire come nascono le sue storie e quali traguardi ha raggiunto.

Ti piacerebbe partecipare? Il modulo per le interviste è sempre aperto: trovi il modulo da compilare nelle pagine fisse in alto (Interviste). E se ti fa piacere iscriviti alla mia Newsletter mensile! Vi aspetto!


Come e quando ti sei avvicinata al tuo mondo creativo? C'è stato un momento preciso in cui hai capito che la scrittura sarebbe diventata una parte così fondamentale della tua vita?

Credo di essermi avvicinata al mio mondo creativo molto presto, ancora prima di rendermene conto davvero. Da bambina osservavo tantissimo: le persone, le emozioni, i dettagli che spesso gli altri non notavano. Inventavo storie, immaginavo personaggi, mondi, dialoghi. Con il tempo ho capito che la creatività non era solo una passione, ma un modo per dare senso alle cose e trasformare emozioni difficili in qualcosa di bello e condivisibile. Il momento in cui ho capito davvero che la scrittura sarebbe diventata parte fondamentale della mia vita è arrivato quando ho iniziato a raccontare la fragilità, la diversità e la sensibilità attraverso le storie di Strambini. Ho visto che quello che nasceva da qualcosa di personale riusciva anche a far sentire meno soli gli altri. E lì ho capito che non stavo solo scrivendo libri, ma creando piccoli spazi sicuri dove le persone possono riconoscersi senza sentirsi sbagliate.

Raccontaci un po' del tuo "dietro le quinte". Qual è il tuo processo creativo tipico? Hai delle abitudini, delle routine o dei piccoli rituali che segui prima di metterti a scrivere o a creare?

Il mio processo creativo parte quasi sempre da un’emozione o da un’immagine mentale. A volte basta uno sguardo, una frase sentita per caso, una sensazione malinconica o poetica, e nella mia testa inizia già a nascere un personaggio. Prima di scrivere creo molto l’atmosfera: musica, immagini, colori, luci soffuse, piccoli dettagli visivi che mi aiutano a entrare nel mondo della storia. Spesso lavoro di notte o nei momenti di silenzio, quando riesco ad ascoltare meglio quello che sento. Amo anche mescolare strumenti moderni e immaginazione tradizionale: utilizzo l’intelligenza artificiale come supporto creativo per sviluppare illustrazioni e idee visive, ma il cuore delle storie nasce sempre da esperienze umane reali, emozioni autentiche e osservazione delle persone. Non ho una routine rigidissima, però ho un piccolo rituale: quando sento che una storia “ha un’anima”, mi fermo e provo ad ascoltarla prima ancora di scriverla. Per me i personaggi non devono sembrare perfetti. Devono sembrare vivi.

Nessuno crea nel vuoto; tutti abbiamo dei maestri o delle bussole. Quali sono gli autori, i libri o gli artisti che hanno influenzato maggiormente il tuo stile e il tuo immaginario?

Il mio immaginario nasce da influenze molto diverse tra loro. Da una parte amo le fiabe classiche e gli autori capaci di parlare ai bambini con profondità e delicatezza, dall’altra sono molto attratta dalle atmosfere poetiche, malinconiche e un po’ gotiche. Mi hanno influenzata molto i mondi visivi di Tim Burton, l’intensità emotiva di Frida Kahlo, e tutte quelle opere che riescono a mescolare bellezza e fragilità senza paura di mostrare le imperfezioni. Amo anche le storie che parlano di diversità e sensibilità in modo autentico, perché credo che i personaggi più memorabili siano proprio quelli che non cercano di essere “perfetti”. Anche la musica ha un ruolo importantissimo nel mio immaginario creativo: spesso costruisco le atmosfere delle mie storie partendo dalle emozioni che mi trasmettono certi suoni, certe melodie o certi silenzi. Più che seguire un unico autore, credo di essermi lasciata guidare da tutto ciò che riesce a trasformare la vulnerabilità in qualcosa di poetico e vivo

Se dovessi scegliere una sola tua opera (un libro che hai pubblicato, un progetto specifico o una creazione a cui tieni particolarmente) per presentarti a un lettore che non ti conosce, quale sceglieresti e perché?

Probabilmente sceglierei Francesco Cambiatempo e il Confusometro. Perché rappresenta molto bene il cuore del progetto Strambini: raccontare la fragilità, la neurodivergenza e la diversità con immaginazione, poesia e un pizzico di ironia. Francesco è un personaggio che vive emozioni fortissime, confusione, sensibilità e senso di inadeguatezza, ma invece di nascondere queste caratteristiche, la storia prova a trasformarle in qualcosa da comprendere e accogliere. Credo che questo libro rappresenti bene anche il mio modo di vedere la scrittura: non come qualcosa che insegna dall’alto, ma come uno spazio dove sentirsi meno soli. Se una persona non mi conoscesse, penso che questo libro riuscirebbe a raccontare sia il mio lato creativo sia quello più umano.

Che rapporto hai con chi legge le tue storie o apprezza i tuoi lavori? Quanto incidono i feedback e le opinioni della tua community sulla tua motivazione e sulle tue opere future?

Ho un rapporto molto emotivo e sincero con chi legge le mie storie. Forse perché i miei libri nascono da emozioni vere, fragilità reali e parti molto profonde di me. Quando qualcuno mi scrive dicendomi che si è riconosciuto in un personaggio, o che una storia lo ha fatto sentire meno solo, per me quello vale tantissimo. Non vivo la community solo come “pubblico”, ma come uno spazio di scambio umano. Molte persone che seguono il progetto Strambini condividono sensibilità, esperienze o vissuti che spesso nella vita quotidiana fanno fatica a trovare voce, quindi si crea un dialogo molto autentico. I feedback incidono sicuramente sulla mia motivazione, soprattutto quelli emotivi e spontanei. Sapere che una storia può aiutare un bambino, un genitore o anche un adulto a sentirsi compreso mi dà la forza di continuare a creare. Allo stesso tempo, cerco di mantenere sempre una parte molto istintiva e personale nel mio lavoro. Ascolto la mia community con grande attenzione, ma cerco di non perdere quella voce interiore da cui nascono davvero le storie. Credo che le opere più sincere siano quelle che riescono a restare fedeli alla propria anima, pur continuando a dialogare con gli altri.

Senza svelare troppi segreti, puoi darci qualche anticipazione sui tuoi progetti in corso? C'è un cantiere aperto a cui stai lavorando proprio adesso di cui vorresti parlarci?

In questo periodo ci sono diversi “cantieri aperti” a cui sto lavorando, e la cosa bella è che stanno crescendo tutti in modo molto naturale, quasi come se facessero parte dello stesso universo creativo. Sicuramente il progetto che continua ad accompagnarmi di più è Strambini – Piccole Storie Straordinarie, che sta evolvendo sempre di più. Sto lavorando a nuove storie dedicate alla neurodivergenza, alla sensibilità emotiva e ai bambini che spesso si sentono “fuori posto”, ma raccontate sempre con uno stile poetico, illustrato e un po’ fiabesco-gotico. Ci saranno nuovi personaggi, nuove atmosfere e temi anche più profondi, ma sempre accessibili e delicati. Mi interessa molto creare storie che possano parlare sia ai bambini sia agli adulti che, dentro di loro, si sentono ancora un po’ “strani”. Parallelamente sto sviluppando anche contenuti creativi che uniscono illustrazione, musica e intelligenza artificiale, perché mi affascina tantissimo il modo in cui strumenti diversi possano dialogare tra loro e dare vita a nuove forme narrative. E poi c’è un altro aspetto a cui tengo molto: portare questi progetti sempre più vicino alle scuole, agli insegnanti e agli spazi educativi, creando momenti di incontro, lettura e confronto. Quindi sì… i cantieri aperti sono tanti. Ma credo che abbiano tutti la stessa anima: trasformare la fragilità in qualcosa che possa fare sentire le persone viste, accolte e immaginate con più dolcezza.

Non è sempre tutto facile quando si decide di condividere la propria creatività. Qual è stata la sfida o l'ostacolo più grande che hai incontrato nel tuo percorso editoriale o artistico, e come l'hai superato?

Credo che una delle sfide più grandi sia stata imparare a espormi senza avere la certezza di essere capita. Quando condividi qualcosa di molto personale e creativo, inevitabilmente mostri anche parti fragili di te stessa. E questo può fare paura. Nel mio percorso artistico ed editoriale ci sono stati momenti di dubbio, di stanchezza e anche la sensazione di essere “fuori posto”, soprattutto perché i miei progetti cercano di parlare di sensibilità, neurodivergenza ed emozioni profonde in un modo un po’ diverso dal solito. All’inizio temevo che questo tipo di approccio potesse essere considerato troppo delicato, troppo particolare o difficile da comprendere. Poi ho capito che proprio quella autenticità era la parte più importante del progetto. Un’altra sfida è stata imparare a credere nel valore delle mie idee anche senza aspettare continuamente una conferma esterna. Pubblicare, mostrarsi, creare qualcosa da zero richiede molta costanza e anche una certa vulnerabilità. Credo di aver superato questi ostacoli un passo alla volta, continuando a creare anche nei momenti di incertezza e ricordandomi perché avevo iniziato: dare voce a chi spesso si sente invisibile o “troppo diverso”. E ogni volta che un bambino, un genitore o un lettore mi scrive dicendomi “mi sono sentito visto”, allora capisco che ne è valsa la pena.