lunedì 23 ottobre 2017

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Come il vento su Top Withens

 



Jeanne uscì correndo sotto la pioggia; gli stivali le sprofondarono in una pozzanghera fangosa che si era già formata fuori dalla porta. Non si fermò, nemmeno quando l'orlo del vestito iniziò a inzupparsi di acqua sporca e fanghiglia. Il temporale era scoppiato troppo velocemente, così da non darle neppure il tempo necessario a cambiarsi della camicia da notte. Doveva essere da poco sorta l'alba anche se il cielo ferrigno non avrebbe permesso al sole di sorgere. La brughiera taceva, ammantata da un silenzio interrotto solo dalla pioggia sferzante.
«Grace, vieni a darmi una mano!» gridò in direzione della casa.
Jeanne non attese che la sorella corresse in suo aiuto, ma si affaccendò attorno alle lenzuola rimaste stese durante la notte. Il tramonto rossastro e chiaro della sera precedente non avrebbe mai fatto presagire il temporale di quella mattina. Il tempo nella brughiera era inclemente, e gli uomini non potevano far altro che sottostare ai suoi capricci e ai suoi umori. Jeanne, nonostante la pioggia la colpisse sul viso e sulle braccia costringendola di tanto in tanto a socchiudere gli occhi, riuscì a recuperare uno dei lenzuoli e avvolgerselo attorno al braccio; le lenzuola, animate dal vento, si gonfiavano come le vele di un veliero, ondeggiando e ribellandosi impunemente a lei.
«Grace, vuoi venire ad aiutarmi?» gridò ancora a voce più alta.
Il grido si propagò per la brughiera, e dopo qualche istante una figuretta comparve sull'uscio di casa. La ragazza lanciò delle occhiate fuori e fece una smorfia di disapprovazione. Jeanne poteva quasi sentire sua sorella lamentarsi del fatto che uscendo con quel tempo non solo si sarebbe bagnata, ma molto probabilmente anche ammalata. Alla fine la ragazza si fece coraggio e si avventurò sotto la pioggia. Corse senza mai fermarsi fin quando non si ritrovò al fianco di sua sorella.
«Aiutami!» le comandò Jeanne.
Il lenzuolo agitato dal vento non ne voleva sapere di essere domato, e quella semplice operazione si stava in realtà rivelando più difficoltosa del previsto. Grace si spostò per piazzarsi dall'altro lato e allungò le mani per afferrare un lembo di stoffa. L'afferrò e lo strinse con forza per non lasciarselo scappare via. Alcune gocce di pioggia le finirono negli occhi e lei lanciò un lamento, abbassando la testa e lasciando che i capelli sciolti le ricadessero davanti al viso. Con la mano libera li sistemò dietro le orecchie e quando risollevò lo sguardo notò, non troppo distante dal muro di cinta che delimitava Top Withens, la loro abitazione, una figura muoversi verso di loro, sospinta dalla furia della tempesta. Grace sbatté le palpebre, temendo che la pioggia le avesse giocato uno scherzo mostrandole cose che non esistevano. Ma la sagoma era ancora lì.
«Jeanne, guarda!» disse a sua sorella.
E lasciò il lembo del lenzuolo che riprese a ondeggiare al vento.
«Grace! Dannazione ma che cosa stai facendo?»
«Guarda!» insistette la ragazza sollevando un braccio e indicando con l'indice un punto oltre la recinzione.
Jeanne, sebbene fosse contrariata e ancora in difficoltà, voltò quel tanto che bastava la testa per notare la sagoma di un uomo arrestarsi a non molta distanza da loro, per poi franare a terra e svanire così dalla loro visuale.

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Affamati d'esistenza  





Il getto d'acqua fredda sferzò il suo viso e gli sembrò quasi che delle lame appuntite gli avessero lacerato la pelle senza alcuna pietà. Si destò e biascicò un'imprecazione. Le palpebre si sollevarono di scatto e i polmoni si riempirono di aria per poi sgonfiarsi subito. Il respiro dell'uomo sembrò l'ultimo. Invece, anziché morire, tornò vigile e con la mente attenta a quello che gli era accaduto.
Bullet Roger scrollò la testa nel tentativo vano di levarsi via l'acqua dai capelli. Il codino che li teneva legati doveva essersi sciolto, anche se lui non ricordava come e quando. Forse durante la sua rocambolesca fuga, o in seguito alla sua cattura. Qualcuno lo aveva ferito alla testa con una bottiglia rischiando di spaccargliela in due come una mela. Era la sola cosa che ricordava, poi: il buio. Gli era ancora ignoto come fosse finito in quella stanza, con le mani e i piedi legati da corde spesse quanto un pugno umano.
«Finalmente ti sei svegliato.»
Bullet Roger sollevò un poco la testa ma i capelli fradici e lunghi, appiccicati alla faccia come ventose sporche, gli impedirono di vedere chi avesse parlato.
Ma era voce di donna quella. Nonostante non ne udisse il suono da settimane non poteva sbagliarsi. Deglutì e si passò la lingua sulle labbra secche, nel tentativo vano di catturare l'acqua che ancora gli gocciolava dai capelli.
Marielle, con il secchio ancora pieno per metà stretto tra le mani, osservava quella figura maschile, divisa tra la curiosità e l'inquietudine. Bullet Roger era finito finalmente nella trappola del suo cacciatore. Quel pirata assassino ora poteva essere consegnato nelle mani di Re Giorgio I, che ne avrebbe deciso le sorti. Perdono o forca. In ogni caso il pirata Bullet Roger avrebbe smesso di saccheggiare le navi mercantili di sua maestà. L'uomo tossì e borbottò qualcosa.
«Che hai detto, sporco cane?» inveì la ragazza mentre osservava il torace ampio e le spalle larghe dell'uomo.
Suo padre, un cacciatore di pirati, le aveva sempre ripetuto che Roger era un uomo alto e forte, molto pericoloso. E se fosse tornato proprio in quel momento l'avrebbe spedita lontano, a svolgere mansioni che più si addicevano a una ragazza della sua età. Marielle si chinò per posare a terra il secchio, senza spostare gli occhi dall'uomo legato alla sedia come un animale. Roger, da dietro la cortina dei suoi capelli sporchi e bagnati, seguì i suoi movimenti pur senza riuscire a distinguere i lineamenti della donna. La testa gli doleva e pulsava come se il cervello stesse cercando un varco per uscire e schizzare via dal cranio. 

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Io sono la Bestia 



Parigi, 12 luglio 1789

Diario di Rosabelle Beaumont

Si vocifera che la Bestia sia vicina, così finalmente la ricerca troverà la sua fine. Iniziavo ad accusare i sintomi della stanchezza, e sentivo la speranza abbandonarmi così come tutti gli anni persi a cercare qualcosa che credevo non esistesse nemmeno. Mio padre ha dedicato quasi la sua intera esistenza a questa causa: scovare il mostro che più di tutti ha agitato le notti tra le strade di Parigi, lasciando cadaveri dietro di sé e una sete di sangue incolmabile. Dicono che l'assassino (anche se non appartiene al genere umano e per questo è giusto definirlo animale) si sia rifugiato in una prigione perché riteneva di essere in quel modo al sicuro. Ma le nostre spie sono abili e nulla sfugge ai loro occhi.
«L'abbiamo individuato, Belle.» così mi ha detto mio padre stamane.
Un brivido mi ha percorso la schiena, e ho subito indossato la divisa per partire all'inseguimento. Ma mio padre mi ha suggerito di procedere con la massima cautela.
Il clima a Parigi è teso; si attende qualcosa di cui si vociferava da tempo. E mentre noi insorgiamo contro creature demoniache, il popolo parigino lo farà contro l'autorità assoluta del re e della regina. Si prospetta un movimento popolare difficile da gestire e arrestare. Fremo all'idea di cosa possa accadere. Mia sorella Jeanine, quell'arpia profetessa, ha predetto rivoli di sangue gocciolanti da teste mozzate. E tra polvere da sparo e forconi, ha intravisto la figura della Bestia. I suoi vaneggiamenti non sono da prendere alla lettera e spesso ci hanno condotti a molte scelte sbagliate. Mortali. Ma se le chiacchiere si aggiungono alle sue visioni allora forse stavolta non faremo un buco nell'acqua. Forse stavolta riusciremo a tagliare la testa della Bestia ed esibirla assieme agli altri trofei conquistati. Le tenebre non mi fanno paura, ci sono cresciuta nel mezzo. E le creature che le abitano sono solo ombre da scacciare con lo scintillio delle nostre lame. 

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